Cina, rallentamento in vista, ma senza esagerare

Cina, rallentamento in vista, ma senza esagerare

Per il momento il 2018 non è stato un anno facile per la Cina: dopo la ripresa del 2017, caratterizzata da un fortissimo ottimismo sui colossi internet del Dragone e sui consumi locali da parte degli investitori internazionali, il mercato non si è più ripreso dalla correzione di inizio anno.

Anzi, l’azionario cinese si è rivelato uno dei peggiori al mondo, dopo che a partire da giugno si è intensificata la querelle con gli Stati Uniti sulle possibili tariffe doganali. Finora quelle applicate su circa 50 miliardi di beni sembrano avere avuto un effetto macroeconomico trascurabile, ma ovviamente diversa sarebbe la questione se si arrivasse a coinvolgere, come paventato, 200 miliardi di interscambio.

La botta per ora si è fatta particolarmente sentire su diversi asset del Dragone: nei primi otto mesi dell’anno lo Shanghai composite è venuto giù del 17,7% circa, mentre lo Shenzhen composite ha fatto anche peggio, mettendo insieme un -23,7%; l’Hang Seng China enterprises index, in cui sono quotati diversi giganti delle azioni H a Hong Kong, ha evidenziato un ribasso molto più moderato, il -7,7%. 

Alla pessima performance dei primi due benchmark va aggiunto l’indebolimento dello yuan. Quest’ultimo ha, come altre divise, cominciato molto bene il 2018 portandosi da circa 6,51 contro il dollaro fino a quota 6,27 lo scorso aprile. Da lì in poi la svalutazione è stata rapida, anche se non certo nella stessa misura che si è vista su diversi mercati emergenti: a inizio settembre il cross con il biglietto verde è arrivato intorno a 8,82. 

È giustificato un simile bear market? Da un punto di vista strettamente economico è indubbio che il ribilanciamento economico cinese attuale sta portando a un rallentamento strutturale. Nel corso del secondo trimestre del 2018 il Pil è cresciuto del 6,7%, un dato lievemente inferiore al +6,8% visto nei primi tre mesi dell’anno. A impressionare, però, è il misero, relativamente parlando, incremento del 6% nei primi sei mesi dell’anno degli investimenti fissi lordi. Si tratta, infatti, del dato più basso mai registrato da quando la nazione si è convertita al capitalismo.

Anche i consumi non appaiono più in crescita esplosiva come un tempo, visto che partono ormai da una base decisamente più robusta. Infatti, se prendiamo le vendite al dettaglio, gli aumenti a doppia cifra, comuni fino al 2017, ormai appaiono irraggiungibili: solo a febbraio è stata superata in questo ambito la doppia cifra (+10,1%), mentre il dato di luglio (l’ultimo disponibile) mostra un incremento su base annua dell’8,8%, che ha fatto seguito al +9% di giugno. La decelerazione peraltro è arrivata di sorpresa, poiché gli analisti si attendevano per luglio +9,1%. Neppure il canale internet sembra mostrare chissà quale crescita esplosiva, con un tasso di incremento annuo intorno al 10%. In verità non c’è da stupirsi, in quanto l’e-commerce costituisce ormai oltre un quinto delle vendite al dettaglio cinesi, una percentuale che pone il paese nella stessa lega delle nazioni più sviluppate.

BASE DI CONSUMO PIÙ AMPIA

Indubbiamente la base di consumo è diventata molto più ampia: a luglio il mercato retail interno ha superato 3.073 miliardi di yuan. Se si utilizza un cambio di 7,92 renminbi per euro e si stima la popolazione cinese poco sopra 1,415 miliardi di persone, si ottiene un valore mensile di 274 euro pro capite. Si tratta di un livello che colloca il Dragone nella fascia alta dei paesi a medio reddito, ben al di sopra dei numeri mostrati da Messico, Brasile, Turchia e altri. Solamente nel luglio del 2015 le vendite al dettaglio complessive erano di poco sopra 2.433 miliardi di yuan. Va detto, però, che resta uno scarto molto elevato fra le zone urbane e le immense e ancora povere aree rurali, dove a metà del 2018 viveva il 56% degli abitanti: alle città sono attribuibili quasi 2.639 miliardi dei 3.073 citati. 

Di fronte ai rischi di un’ulteriore decelerazione, non sorprende che le autorità cinesi, sull’onda di quanto già fatto nel 2009, nel 2012 e nel 2016, siano tornate a fornire piani di stimolo, in particolar modo sotto forma di progetti infrastrutturali nelle province più povere del paese. Questi piani dovrebbero svilupparsi grazie a un maggiore carico di nuovo debito da parte del governo e degli enti locali, più che per merito di un intervento diretto in termini di spesa da parte di Pechino. In effetti se osserviamo l’andamento della liquidità e dell’espansione creditizia nel paese, si nota un passo decisamente più moderato quest’anno rispetto alla ripresa del 2017. A maggio il cosiddetto total social financing, considerato l’indicatore più ampio del nuovo credito in senso lato creato mensilmente nel paese, ha fatto registrare il minimo degli ultimi 22 mesi per un valore di poco superiore a 760 miliardi di renminbi. A giugno si è però evidenziata una robusta ripresa a 1,18 trilioni, cui ha fatto seguito un nuovo calo a luglio a 1,04 trilioni. 

Di fronte a questi sviluppi la Banca centrale ha reagito tagliando i requisiti di riserva obbligatoria delle banche di 50 punti base lo scorso luglio, abbassandoli al 15,50% per i grandi istituti e al 13,50% per quelli di minori dimensioni: gli analisti stimano che questa misura dovrebbe portare a un’espansione del credito di 700 miliardi di yuan. 

FRENO ALLA SVALUTAZIONE

Contemporaneamente, però, sono stati innalzati i requisiti di riserva su alcuni strumenti del Forex, come i contratti forward, per porre un freno alla svalutazione della divisa nazionale. Dopo il grande calo nel 2015-2016, le riserve in valuta estera del paese appaiono stabili: a luglio si erano innalzate di oltre 5 miliardi di dollari raggiungendo quasi 3,12 trilioni. Gli analisti si attendevano una discesa, ma il valore di questa grandezza è comunque in diminuzione di solo qualche miliardo rispetto all’inizio dell’anno, senza però mostrare alcun trend preoccupante. Complessivamente le condizioni finanziarie cinesi appaiono discrete, al di là delle magagne generate dalle follie degli anni post-crisi finanziaria, compatibili però con un tasso di crescita che non sarà mai più quello di prima. La grande sfida resta portare a un livello di benessere e qualità della vita accettabile quella metà di cinesi che finora è stata solo sfiorata dal boom enorme dei centri urbani.