Il ritorno delle biotecnologie

Il ritorno delle biotecnologie

Il comparto biotech, dopo un periodo di appannamento, ha avuto un’estate particolarmente positiva e dall’inizio dell’anno il Nasdaq biotech index, il principale benchmark del settore, in termini di price return all’inizio di settembre si trovava in rialzo di oltre il 12% a fronte di +8,4% per l’S&P 500. Ma soprattutto si tratta di un segmento che ha ancora prospettive di crescita enormi. Inoltre le valutazioni ragionevolmente contenute offrono un interessante punto d’ingresso. Infine le operazioni di M&A sono frequentissime e offrono premi, rispetto alle quotazioni borsistiche, del 50-100%

L’andamento delle società biotech sui mercati nell’estate appena trascorsa ha dimostrato la verità di ciò che gli specialisti del settore prevedevano pochi mesi fa, ossia che il gigantesco segmento delle medicine basate su molecole organiche fosse forse l’unico vero comparto con caratteristiche growth a valutazioni convenienti. 

Le biotecnologie nel 2015 si sono in parte staccate dal trend iperpositivo del mercato americano nel suo complesso, nonostante gli Usa occupino in questo ambito una posizione dominante. Infatti a partire da allora, dopo sei anni di crescita furente e continua, si è avuto un bear market con un drawdown massimo fra il luglio del 2015 e la metà dell’anno successivo del 37%. A questo movimento ha fatto seguito una difficile e volatile fase di stagnazione fino a quest’anno, in cui si è vista finalmente un’inversione: dal 1° gennaio il Nasdaq biotech index, il principale benchmark del settore, in termini di price return, all’inizio di settembre si trovava in rialzo di oltre il 12% a fronte di +8,4% circa per l’S&P 500. 

Non solo: il movimento è apparso particolarmente rapido dai minimi relativi di inizio estate e a luglio e agosto questo benchmark è salito dell’11%, peraltro in un periodo che ha visto un minimo di rotazione al di fuori dei titoli growth. In pratica gli investitori si sono risvegliati e sono tornati a riconoscere il potenziale di continuazione di quella che è una delle due grandi storie di crescita dell’economia mondiale. 

Per capire meglio i possibili sviluppi futuri del comparto vale la pena ricorrere a qualche dato di attualità, unito a una panoramica storica di questo pilastro dell’economia mondiale. Partiamo dall’inizio degli anni 2000, una fase come vedremo, decisamente turbolenta per questi titoli. Le parole di Marie-Laure Schaufelberger, product specialist del fondo Pictet-Biotech di Pictet Asset Management, permettono di inquadrare un po’ meglio ciò di cui stiamo parlando: «Nel 2000 il fatturato annuale delle aziende biotecnologiche era intorno a 20 miliardi di dollari, nel 2016 il totale equivalente era di quasi 140». In pratica il giro di affari è cresciuto grosso modo del 600% e appare molto probabile che la percentuale complessiva occupata da questo tipo di prodotti all’interno del farmaceutico sia destinata a crescere ulteriormente. Ancora Marie-Laure Schaufelberger afferma: «Da qui al 2022 le vendite di medicine con prescrizione a livello globale dovrebbero salire del 6% all’anno, ma per quelle basate sulle biotecnologie il tasso di crescita dovrebbe attestarsi intorno al 15-20%».

Una cavalcata trionfale, dunque, che ha lasciato i maggiori gruppi del comparto in una posizione di ricchezza da fare invidia, come ricorda Andy Acker, co-manager del Global Life Sciences Strategy di Janus Henderson Investors: «Allo stato attuale le 20 maggiori aziende del settore a livello globale detengono nei loro bilanci qualcosa come 160 miliardi di free cash flow». E questo dato potrebbe rappresentare una chiave di volta per dare il definitivo la a una nuova fase strutturale di rialzi.  

INDIETRO NEL TEMPO

Nel frattempo, però, è interessante tornare indietro nel tempo, appunto all’inizio degli anni 2000, poiché da una semplice analisi dei dati storici è possibile cogliere alcuni concetti fondamentali per investire in questo ambito. All’epoca, come è avvenuto per altre tecnologie che sono esplose nei decenni successivi, il biotech era ancora poco più che un libro dei sogni,  che però avevano alimentato un bull market pazzesco in borsa. Basti pensare che nelle battute finali di quello straordinario periodo di espansione, fra la fine del gennaio 2000 e quella del mese successivo, il Nasdaq biotech index crebbe di qualcosa come il 37,4%, valore che è restato ineguagliato in tutti gli anni 2000. Altrettanto ineguagliato, peraltro, è rimasto il crollo mensile del marzo dello stesso anno, mese in cui fu pure realizzato a un certo punto il massimo intraday: -29,8%. Nel giro di un bimestre si vide all’epoca un drawdown che quasi dimezzò le quotazioni del comparto: il bear market poi proseguì con un ulteriore dimezzamento fino ai minimi del 2002. In pratica le perdite massime di quella fase di recessione portarono a un calo di circa i tre quarti dai massimi assoluti. In effetti i corsi avevano raggiunto livelli assurdi, tanto che gli anni successivi fino alla crisi finanziaria videro sì una serie di rialzi, senza però arrivare neppure vicini ai massimi di inizio decennio. Infatti ai picchi del 2008 il Nasdaq biotech quotava poco sopra 937, ben lontano da quella quota di 1.620 raggiunta nell’inverno 2000. In pratica una parabola relativamente simile a quella del Nasdaq composite, da cui però ha cominciato a divergere proprio nell’ultimo decennio. Infatti durante la grande crisi finanziaria le perdite sono state molto più contenute, con un drawdown massimo di circa il 37% (curiosamente un movimento simile a quel del bear market del 2015), mentre subito dopo partì una ripresa fenomenale. Già nei primi mesi del 2013 erano stati superati i massimi di inizio millennio per avere poi altri due anni di crescita fino al territorio della bolla. 

Questa semplice analisi del passato racconta alcuni fatti piuttosto importanti: innanzitutto, banalmente, investire in biotecnologie è stato conveniente, nonostante la presenza di lunghe e brutali fasi di ribasso, generate da periodiche bolle sul settore. Se prendiamo infatti il punto di partenza su cui è basato l’indice, quota 200 calcolata il primo settembre del 1993 fino ad arrivare 3.775 di fine agosto 2018, si nota che c’è stato un rendimento di poco meno del 1.790%. Nello stesso periodo l’S&P 500 è passato da circa 469 a 2.897, venendo su più o meno del 518%. Fin qui in verità non c’è niente di cui stupirsi: come abbiamo visto le biotecnologie sono un comparto il cui impatto economico era fino a pochi anni fa ancora molto limitato ed è esploso in seguito. È logico che una simile parabola di evoluzione abbia portato a sovra-performance rispetto al mercato in generale. 

«UN’OTTIMA OPPORTUNITÀ»

Le caratteristiche di growth at reasonable value attualmente presenti poi non fanno altro che migliorare il profilo di questo tipo di azioni, come ben sintetizzato da Rudi Van den Eynde, head of thematic global equity management di Candriam Investors Group: «L’attrattività del settore delle biotecnologie non è limitata al presente: suscita interesse già da tempo e sarà indubbiamente un’ottima opportunità in futuro. La peculiarità della fase odierna è l’alto tasso di innovazione. Infatti, le società di questo segmento risultano molto attraenti anche in un’ottica di lungo termine, essendo terreno fertile per l’innovazione e il progresso scientifico. Inoltre, il comparto ha subito un calo delle valutazioni negli ultimi due anni. I grandi gruppi, in particolare, sono diventati più convenienti e l’investimento è ormai molto accessibile. Le valutazioni ragionevolmente contenute offrono ancora un interessante punto d’ingresso».

È interessante notare, però, che l’equity statunitense è stato battuto investendo in biotech anche nei momenti meno convenienti per questo segmento azionario, a parte ovviamente i picchi del 2015. Infatti dai massimi del marzo 2000 a 1.620 si è avuto un price return complessivo del 133%, mentre nella fase equivalente l’S&P 500 ha fornito un po’ meno di +87%. Se poi consideriamo l’investimento ai minimi della crisi finanziaria, si nota che l’S&P 500 ha generato circa +334%, mentre il Nasdaq biotech index ha messo a segno +590%. Tutto ciò, nonostante avesse perso meno nel bagno di sangue del 2008.

Questi sviluppi sembrano suggerire una considerazione: è vero che i produttori di farmaci biotech possono a volte scambiare a valori assurdi, il che pregiudica pesantemente le loro performance per un certo periodo di tempo, ma è altrettanto fuori discussione che, oltre alle caratteristiche growth secolari in grado di fornire un forte alfa su un orizzonte temporale sufficientemente lungo, quando i multipli sono ragionevolmente contenuti questi titoli presentano persino caratteristiche che potremmo definire difensive, in linea peraltro con le peculiarità storiche dell’intero comparto pharma.

UN QUADRO FAVOREVOLE

Ciò permette di riallacciarsi all’attualità: la ripresa del 2018, infatti, pone il settore in un quadro di rischio/rendimento di nuovo molto favorevole in una fase di avvio della fine del ciclo e di probabili rendimenti complessivi degli asset finanziari più contenuti rispetto al recente passato. In particolare, la chiave di volta della ripresa va ricercata nella ricchezza di liquidità dei protagonisti di questo mercato, che viene finalmente messa a lavorare, come ricorda Andy Acker di Janus Henderson Investors: «A giocare un ruolo fondamentale nella ripresa recente è stato il grande ritorno delle attività di M&A nel biotech. Solamente nei primi mesi dell’anno sono state annunciate operazioni per un valore intorno a 100 miliardi di dollari. A favorire il fenomeno sono stati due fattori, uno strutturale e uno congiunturale. Per quanto riguarda il primo tutte le grandi aziende farmaceutiche mostrano un enorme appetito per prodotti innovativi e vengono spinte ad acquisizioni allo scopo di incrementare il proprio portafoglio di prodotti. Il secondo elemento è di tipo congiunturale ed è connesso alla riforma fiscale varata dal presidente Trump, che ha dato un notevole impulso alle attività di fusione e acquisizione; l’anno scorso c’era stato un certo blocco proprio a causa  dell’incertezza sull’approvazione di questo pacchetto di riforme». 

La spinta fiscale voluta da questa amministrazione si è rivelata particolarmente efficace anche per un’altra ragione: a differenza dell’It, dove ormai dominano enormi gruppi in posizione praticamente di oligopolio, le biotecnologie, grazie anche al processo continuo di innovazione tecnologica, sono un comparto molto più diversificato, anche caratterizzato da maggiori rischi in termini di sviluppo di nuovi prodotti. Allo stato attuale al mondo sono quotate più di 700 aziende che operano in questo ambito e oltre 190 sono contenute nel Nasdaq biotech index, un benchmark che peraltro diventa sempre più ampio e diversificato: ad esempio lo scorso dicembre sono stati inseriti 50 nuovi nomi. 

UN PREMIO DEL 50-100%

Appare ragionevole perciò pensare di essere all’inizio di un consolidamento, peraltro realizzato con ricchi premi rispetto alle quotazioni borsistiche. Ancora Acker ricorda: «In generale nelle operazioni di acquisizione di aziende biotech il premio pagato rispetto alle quotazioni borsistiche al momento dell’annuncio è molto più elevato rispetto ad altri settori, nell’ordine del 50-100% e a volte anche di più. Diversi osservatori sostengono che si tratta di prezzi eccessivamente alti. Va tenuto presente, però, che i grandi gruppi del settore sono affamati di cosiddetti de-risked asset, ovvero farmaci già approvati o che sembrano avviati a concludere la fase tre dei test con successo. Sviluppare nuove medicine è un processo, lungo, costoso e con forti possibilità di fallimento: di conseguenza è logico che i colossi farmaceutici decidano di sfruttare la forza della propria posizione finanziaria per ridurre i rischi e rimpolpare il proprio portafoglio brevetti».