«Tre aspetti fondamentali da considerare»

«Tre aspetti fondamentali da considerare»
Sandra Crowl membro del comitato investimenti Carmignac

Sandra Crowl
membro del comitato investimenti
di Carmignac

Intervista a Sandra Crowl, membro del comitato investimenti di Carmignac. 

Come si presenta lo scenario per gli investimenti in  questo finale di 2018?

«Per definire in quadro generale non possiamo dimenticare tre aspetti fondamentali che, secondo noi, hanno un forte impatto sulle scelte di investimento. Innanzitutto l’azione delle banche centrali, che ancora stanno fornendo a livello globale liquidità netta positiva, fenomeno che però si potrebbe invertire nel 2019. Al primo posto ovviamente c’è la Fed, che quest’anno dovrebbe ridurre la dimensione dei propri attivi di bilancio di circa 600 miliardi di dollari. La Bce, inoltre, ha operato un tapering piuttosto rapido del Qe, mentre la Cina ha visto negli scorsi mesi azioni da parte del governo tese a frenare l’espansione dei prestiti, i cui incrementi sono passati dal 15-16% su base annua a circa l’11%. Per quanto riguarda la Bank Of Japan, anche in questo caso stiamo assistendo a una diminuzione degli acquisti di bond governativi. La Boj è sotto la pressione del sistema bancario locale che si trova di fronte a due problemi: una curva dei rendimenti troppo piatta che rende difficile generare profitti e una mancanza di liquidità sul money market locale poiché una quota enorme di debito pubblico giapponese è stata acquistata dalla Banca centrale». 

Finora quali sono gli effetti sul ciclo economico?

«Penso che molti abbiano sottovalutato, e qui arriviamo al secondo dei tre elementi chiave, l’impatto economico delle politiche di Donald Trump, la cui ascesa si va a inserire in un contesto di ripresa del populismo dopo un 2017 in cui sembrava che ci avviassimo a una maggiore normalizzazione politica. L’azione della Fed, infatti, è stata controbilanciata dal taglio alle tasse da parte del presidente, cui si è aggiunto anche un notevole stimolo fiscale. Tutto ciò si è risolto in una crescita del Pil statunitense di oltre il 4% nel secondo trimestre di quest’anno. Si tratta di un passo difficilmente sostenibile e ci aspettiamo che alcuni segnali di rallentamento comincino a vedersi nella seconda metà del 2018 negli Usa. Per l’anno prossimo alcune previsioni moderatamente ottimistiche vedono un ulteriore incremento del Pil del 3%, ma alla fine il dato potrebbe attestarsi al +2,7-2,8%. Si tratta comunque di un valore molto elevato a questo punto del ciclo in cui sarebbe normale aspettarsi una ripresa dell’economia statunitense molto più lenta, intorno al +2%. Per il momento, però, se analizziamo le condizioni finanziarie del paese, è evidente che nei primi mesi del 2017 sono diventate molto più restrittive a causa delle politiche adottate dalla Fed, ma in seguito, grazie allo stimolo fiscale, questa tendenza si è invertita, fattore che indubbiamente sta gravando sul deficit».

Infine qual è il terzo elemento fondamentale del quadro odierno?

«Il terzo elemento è rappresentato dalle dinamiche economiche collegate al ciclo congiunturale: nel 2017 abbiamo visto una rara armonia caratterizzata da condizioni favorevoli in tutti i settori e in tutti i principali paesi, sia in termini di consumi, sia di investimenti. Oggi, invece, siamo in uno scenario di accelerazione improvvisa solamente negli Stati Uniti, mentre l’Europa ha mostrato evidenti segnali di rialzo solo nei primi mesi dell’anno; inoltre diversi emergenti particolarmente fragili sono entrati addirittura in crisi. Tutto ciò ha dato una spinta all’ascesa di movimenti populisti in paesi caratterizzati da livelli di crescita più lenti, come l’Italia. Ci aspettiamo però che si torni a una maggiore convergenza fra Europa e Usa nei prossimi mesi: già dall’estate scorsa diversi indicatori economici continentali sono in miglioramento, come ad esempio il recente Ifo tedesco e l’andamento del comparto manifatturiero e dei servizi in Francia mentre, come abbiamo visto, è probabile che l’America sia giunta al suo massimo».

Quali conseguenze dovrebbe avere tutto ciò sui mercati azionari?

«È probabilmente ancora presto per rientrare in forze sull’azionario europeo, nonostante le valutazioni contenute. Infatti, la tensione generata dalla situazione politica in diverse economie europee da un lato e il passaggio a una diversa politica monetaria da parte della Bce dall’altro, potrebbero generare ancora fasi di volatilità, ad esempio per il sistema bancario europeo, che rappresenta una parte importante di questi listini. Per quanto riguarda gli Usa, nell’attuale fase avanzata del ciclo economico a essere favorite dovrebbero essere le azioni con forti caratteristiche difensive. Il problema è che molti comparti tradizionalmente associati a queste peculiarità, dalla grande distribuzione di fascia economica ai beni di largo consumo, sono oggi in difficoltà, per via dell’avvento delle nuove tecnologie e dei mutamenti delle scelte dei consumatori. Paradossalmente, diverse aziende che potremmo definire difensive, ossia in grado di mantenere un robusto andamento dei profitti anche in un quadro di peggioramento economico, si trovano proprio nell’ambito It: basti pensare ad Amazon, ancora impegnata in una fase di entrata e disruption in diversi comparti economici. Tuttavia, molti attori attivi in questo settore presentano quotazioni elevate, fattore che induce alla cautela, insieme al fatto che il recente rally dell’S&P500 è stato generato da un numero piuttosto ridotto di azioni. Ciononostante, è ancora possibile trovare occasioni ben selezionate in quest’ambito».

Che cosa pensate, invece, degli emergenti?

«Gli emergenti sono stati danneggiati da due elementi: le minacce di protezionismo di Trump e la forza del dollaro, indotta dal quantitative tightening, che ha colpito soprattutto paesi come l’Argentina e la Turchia, caratterizzati da un elevato debito in valuta estera e da pesanti squilibri nel loro saldo di partite correnti. Non pensiamo che alla fine si arriverà a una guerra commerciale: il presidente americano non vorrà presentarsi alle elezioni di mid-term di novembre con un accordo poco conveniente in mano e men che meno come il responsabile dell’avvio di un conflitto in grado di danneggiare seriamente la crescita economica. Per questa ragione, riteniamo che vi siano diverse occasioni valide in ambito di equity emergente. Innanzitutto, l’India continua a costituire un’eccellente storia di crescita dei consumi interni, tanto che quest’anno il mercato locale è uno dei migliori al mondo. Inoltre continuiamo a vedere opportunità nei consumi domestici cinesi, in particolar modo nei titoli tecnologici locali. Il trend di crescita dell’It favorisce anche il settore tech di Corea del Sud e Taiwan. È vero che quest’anno l’hi-tech asiatico ha registrato performance decisamente negative, dovute in gran parte al sell-off generalizzato degli emergenti. Tuttavia, in futuro gli investitori dovrebbero tornare a differenziare caso per caso e a favorire società in grado di rappresentare ottime occasioni value sui mercati».