«Il futuro è l’intelligenza artificiale»

«Il futuro è l’intelligenza artificiale»

James Chen co-portfolio manager global technology strategy e Allianz Global Artificial Intelligence Allianz Global Investors

Intervista a James Chen, co-portfolio manager global technology strategy e Allianz Global Artificial Intelligence di Allianz Global Investors

Come approcciate l’investimento a un tema vasto come l’intelligenza artificiale?

«In effetti l’intelligenza artificiale è un campo estremamente ampio, che potenzialmente può andare a trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita. Per quanto ci riguarda, la nostra strategia è incentrata su tre gruppi principali di azioni: aziende che lavorano nel campo dell’infrastruttura per l’Ai, società che producono applicativi di intelligenza artificiale e strutture in settori tradizionali che stanno incorporando questo tipo di tecnologie. Nel primo insieme troviamo imprese che operano nei microchip, nel cloud e nell’Iot. Nel secondo comparto, invece, ci sono soprattutto produttori di applicativi software basati su questo tipo di tecnologia, ad esempio nell’ambito della robotica, del riconoscimento facciale e diversi altri ancora. Infine nel terzo gruppo si incontrano spesso colossi in aree quali i servizi finanziari, l’auto e l’agricoltura».  

Su quale di queste tre macro-aree siete attualmente concentrati?

«Soprattutto nel primo ambito, che occupa il 76% dei nostri asset: il nostro è un fondo che investe in titoli tecnologici, ma con una forte divergenza rispetto al benchmark di riferimento, ossia l’Msci world It index. Circa l’86% dei nostri attivi deriva da stock picking attivo e solo il 14% segue l’indice. Pertanto il nostro profilo di rischio/rendimento è decisamente diverso da prodotti che vantano fra le azioni più importanti in portafoglio colossi come Amazon, Alphabet, Apple e altri. La ragione che sta dietro le nostre scelte è che nel periodo che stiamo vivendo, in cui comunque l’intelligenza artificiale è ancora in una fase iniziale di sviluppo, la maggior parte dei fatturati e dei profitti in questo segmento è generata dalle società che forniscono l’infrastruttura allo sviluppo dell’It; all’interno di questo macro-insieme senz’altro la nostra esposizione maggiore è data dal tema dei microchip. Un aspetto interessante del fondo è che, evitando di avere posizioni sui colossi dell’It più orientati al mondo consumer, la capitalizzazione media e quella mediana sono molto inferiori rispetto al benchmark: specificatamente nel primo caso al momento siamo intorno a 61 e 20 miliardi di dollari, contro 412 e 223 dell’indice. 

Come avviene il vostro processo di investimento?

«Il nostro universo di partenza è composto da circa un migliaio di azioni e ovviamente è impossibile capire per ciascuna di esse qual è la quota di fatturato, di profitti e di cash flow generata dall’intelligenza artificiale. Pertanto per valutarle utilizziamo un tipico approccio bottom up di tipo qualitativo: ciò ci permette di ridurre il pool di opportunità a circa 200. Questi gruppi vengono seguiti e analizzati con profonda attenzione dal nostro team di cinque analisti: elaboriamo per ognuno con il nostro modello di valutazione proprietario due target price, uno nel caso di uno scenario positivo e uno per l’eventualità negativa, Ovviamente cerchiamo di scegliere quelle azioni che presentano, a nostro avviso, le migliori combinazioni di rendimento e rischio potenziali. Nell’eventualità in cui le quotazioni raggiungano l’obiettivo che ci eravamo prefissati, cominciamo a ridurre la posizione fino a eliminarla. Facendo così, è successo che in alcuni casi abbiamo perso parte di un trend che è proseguito dopo che siamo usciti dalla posizione, ma il nostro metodo di investimento è fondamentale nella gestione del rischio. Nel nostro portafoglio, infatti, attualmente abbiamo 60 posizioni con un P/E più elevato rispetto a quello del benchmark, ma se il nostro P/E forward è attualmente a 21,6 a fronte di 19,4 dell’Msci World It, il fatto di scegliere azioni con un forte potenziale di crescita ci porta a un Peg ratio inferiore a 1, mentre l’indice si posiziona intorno a 1,2». 

Spesso si sente parlare di un potenziale stupefacente nell’ambito dell’intelligenza artificiale. A quale punto di sviluppo siamo davvero?

«Quello dell’Ai è un campo molto ampio in cui si sta riversando una grande quantità di denaro. Nel 2015 il totale degli investimenti è stato intorno a 26 miliardi di dollari, mentre nel 2016 questa cifra era salita a 39 ed è molto probabile che nel 2017, anno per il quale non abbiamo ancora i totali, l’ammontare sia stato significativamente superiore, per non parlare del 2018. La maggior parte del denaro è stato speso da società di dimensioni enormi, come Amazon e Alphabet, i cui applicativi stanno mostrando progressi rapidissimi. Ad esempio Amazon Echo tre anni fa era in grado di fare pochissime cose, mentre oggi i compiti che è capace di svolgere superano le 30 mila unità. Al contempo il software di riconoscimento vocale di Google è passato da un tasso di accuratezza nel 2013 di circa l’80% al 95% attuale. Questi sviluppi possono apparire, e lo sono in effetti, impressionanti, però la strada da fare è ancora molta. In realtà l’intelligenza artificiale è all’inizio del proprio stadio di sviluppo: basti pensare, ad esempio, che un software tradizionale usato da una telecom presenta un grado di precisione nel riconoscere le parole della clientela al telefono superiore al 99,99%. Per avere funzioni che oggi associamo tipicamente al cervello umano ci vorranno almeno altri 20 anni di sviluppo. Per questa ragione al momento siamo concentrati soprattutto nel campo dell’infrastruttura tecnologica necessaria, anche se ovviamente pensiamo che in futuro il nostro portafoglio si evolverà in maniera diversa: attualmente circa l’11% è collocato in società legate ai beni di consumo discrezionali, ma negli anni a venire sicuramente questa quota aumenterà». 

Oggi spesso vengono disegnati scenari foschi sull’impatto di queste tecnologie sul mondo del lavoro ed è stato paventato che un’enorme porzione dei posti di lavoro esistenti diventi obsoleta. Quale visione avete al riguardo?

«In realtà grazie a questo fenomeno, che è una vera e propria quarta rivoluzione industriale, pensiamo che una quantità ancora più grande di opportunità si aprirà nel campo dei servizi, al pari di quanto è avvenuto nella terza rivoluzione industriale, quella che ha introdotto l’era dell’informatizzazione, un fenomeno che, a differenza delle prime due rivoluzioni, ha avuto il suo maggiore impatto soprattutto nel terziario. In realtà l’Ai ha il potenziale di aumentare in maniera significativa il tasso di crescita ancora di più in diversi settori tradizionali rispetto all’It. Pensiamo, ad esempio, all’agricoltura, che è uno dei comparti in cui questa disruption tecnologica potrebbe avere gli effetti più trasformativi. Perciò abbiamo inserito una piccola posizione in John Deere, colosso della produzione delle macchine agricole, poiché questa azienda ha acquisito un gruppo che sviluppa sistemi di Ai in grado di ottimizzare l’uso dei pesticidi, che per gli agricoltori rappresentano l’input più costoso. Ciò offre all’azienda un vantaggio competitivo notevole».