L’Italia in difficoltà, brutti dati ma non da oggi

L’Italia in difficoltà, brutti dati ma non da oggi

L’Italia ha visto il rating sul proprio debito tagliato da Moody’s al livello Baa3 (da Baa2), il punto più basso nella scala dell’investment grade. Un po’ diversa la decisione di Standard&Poor’s il 26 ottobre, che ha solo cambiato l’outlook: anche nelle categorizzazioni di questa agenzia la distanza dal regno degli high yield non è molto lontana, visto che il nostro livello attuale è BBB, due tacche al di sopra dell’uscita dal gruppo Ig. Perciò, vista l’instabilità mostrata dagli asset italiani sui mercati finanziari vale la pena analizzare la situazione del Belpaese a livello di fondamentali macro. 

Questi ultimi, per quanto di gran  lunga migliori rispetto allo sprofondo del 2012-2013, stanno mostrando da mesi un evidente peggioramento. Con ogni probabilità l’economia quest’anno dovrebbe crescere per un valore intorno all’1%. È ancora presto per fare previsioni davvero realistiche per il 2019, ma, salvo sorprese a livello di ciclo globale, la previsione del governo, che punta su una crescita dell’1,6%, appare irrealistica. Ciò rischia di rendere alla fine il disavanzo dello stato più ampio del 2,4% dichiarato, già oggetto del contendere con le autorità europee.

Un aspetto fondamentale da sottolineare è proprio il legame con l’andamento mondiale: il grosso della ripresa italiana è stato dovuto più a fattori esogeni che endogeni. I primi sono in calo già da parecchio tempo prima del cambio di compagine politica alla guida del paese. Se osserviamo l’andamento dei consumi delle  famiglie, scopriamo che l’espansione massima in questo ciclo è stata registrata a metà del 2015 in cui si manifestò una crescita intorno a +2,5%. Da allora, a parte una piccola ripresa nei primi mesi del 2017, la discesa dei tassi di incremento (attenzione, non del valore assoluto) è stata costante. A metà di quest’anno si era scivolati intorno a +0,9%. In pratica le famiglie italiane, dopo un balzo in avanti in seguito a una recessione durissima, stentano a mostrare i mezzi e la fiducia necessari per innescare l’economia.

SOPRATTUTTO ESTERO

In compenso l’accelerazione dell’aumento complessivo del Pil che c’è stata fra il 2016 e il 2017, periodo durante il quale si è passati da +0,9% a +1,5%, è stata in grandissima parte innescata dalla domanda estera e dalla ripresa degli investimenti domestici, in particolare in alcuni ambiti come le costruzioni, che insieme generano in questo 2018 incrementi superiori a due terzi di tutto il totale della crescita dell’output. Ma dati e news non paiono puntare nella direzione di un rafforzamento congiunturale a livello planetario e tanto meno in Italia.

La fiducia di molti protagonisti dell’economia italiana è peraltro anch’essa in calo da diverso tempo rispetto ai picchi raggiunti nel 2016-2017. Nel campo dei servizi, ad esempio, è stato toccato un massimo di business confidence ai primi del 2016, con un valore di 16 sceso negli ultimi mesi intorno a 10 (la soglia di 0 separa l’espansione da una probabile contrazione). In ambito manifatturiero la situazione appare ancora più fragile: durante la seconda metà del 2017 è stato raggiunto il picco della congiuntura intorno a 8, per poi scendere di recente a circa 1. Il problema italiano di fondo rimane l’incapacità da circa una generazione di aumentare la produttività, rimasta praticamente ferma rispetto ai valori del ‘95. Durante le fasi di recessione e di espansione l’apparato produttivo nazionale sembra oscillare in positivo e in negativo rispetto a questa media di lungo periodo inchiodata ai valori di oltre due decenni fa. 

VIOLENTO CREDIT CRUNCH

Attualmente si è tornati a incrementi di produttività zero dopo il mini-massimo relativo nel 2016 intorno a +1% sopra la citata media sul lungo termine. In pratica i cicli italiani possono essere descritti in termini di una stagnazione di lungo periodo, con fasi di acuta debolezza durante i momenti recessivi a livello mondiale, cui fanno seguito modeste riprese destinate a spegnersi piuttosto in fretta. 

Dove però probabilmente l’attuale governo sta mettendo del suo è nella gestione delle condizioni finanziarie nazionali. Notoriamente l’Italia ha vissuto un credit crunch violentissimo nella prima parte degli anni 10 del secolo. Il credito alle imprese ha cominciato a stabilizzarsi nel 2015, dopo un quadriennio da cataclisma, per mostrare incrementi minimali solamente nel corso del 2017-2018, durante il quale è stata raggiunta una crescita massima intorno a +1,5% da cui poi si è calati a +1% in questi ultimi mesi. È interessante notare che i prestiti alle famiglie hanno avuto un andamento un po’ più vivace, anche se comunque non entusiasmante: in tutto il corso del 2018 gli incrementi annuali sono stati intorno a +3%, peraltro la cifra più ragguardevole dal 2011, quando però stava iniziando un declino disastroso.

TREND INVERTITO

È interessante notare che da un decennio a questa parte si è invertito un trend storico che vedeva aumenti percentuali del credito bancario superiori per le imprese rispetto alle famiglie: nel corso della recessione del 2009, invece, lo scenario è cambiato. Brevemente durante la ripresa del 2010 gli impieghi nei confronti delle aziende sono tornati a crescere a un passo superiore rispetto al loro omologo a livello di famiglie, salvo poi riprendere quello che oggi appare un trend consolidato. Tanto per dare una misura della stretta bancaria che ha colpito il paese, ai picchi di metà 2007 il credito a imprese e famiglie veniva su rispettivamente del 13% e del 10% circa rispetto a un anno prima.

Con questi numeri appare difficile trovare margini di manovra senza il supporto del Qe alle spalle. Non va dimenticato che i nuclei familiari italiani oggi detengono una quota molto marginale dei nostri titoli di stato, con un’autentica rivoluzione copernicana nel corso dell’ultima generazione: nel 1995 i privati del nostro paese avevano in mano circa il 65% del debito, mentre attualmente si è scesi intorno al 5%. A metà anni ‘90 gli stranieri non avevano che un mero 5% oggi salito al 30%, con una forte partecipazione da parte della Bce. L’effetto del Qe si nota anche nella percentuale detenuta da Bankitalia, che è intorno al 28% (praticamente raddoppiata in un decennio). Anche in questo caso i cambiamenti sono stati generati in buona parte dal programma di acquisti voluto da Mario Draghi. Senza il supporto di politiche monetarie non convenzionali, anche la strada di rinazionalizzazione del debito appare impervia e incerta.