I mercati azionari nella tempesta

I mercati azionari nella tempesta

A ottobre quasi tutti i mercati mondiali più importanti sono stati massacrati dalle vendite e persino listini che avevano performato molto bene hanno dato segnali molto preoccupanti. Anche la Cina, che al contrario veniva da un periodo pessimo, è scesa. Alla base c’è la preoccupazione per il rialzo dei tassi e per la fine di un ciclo che però non viene considerata così imminente. Di conseguenza, se i fondamentali economici reggessero, potrebbe tornare il bel tempo quasi dappertutto. E i gestori puntano intanto sulla rotazione dei temi

Le paure provocate dall’azione della Fed sono andate a riversarsi anche sui corsi dell’equity mondiale. Pur con diverse intensità, le perdite si sono fatte sentire in maniera pesante in Asia, dove le vendite sono state generalizzate, e hanno colpito persino le aziende quest’anno più forti negli Usa. Nello specifico hanno mostrato difficoltà terribili il mercato azionario giapponese, finora uno dei più solidi, le azioni A cinesi, che già erano fra i listini più disastrosi, Milano, le cui banche ovviamente stanno soffrendo in maniera molto acuta, e, infine, l’America: l’S&P 500 nelle prime quattro settimane di ottobre ha infatti perso circa il 10% dal massimo storico intorno a 2.940. Si tratta di un andamento che ha portato i corsi nel territorio della correzione per la seconda volta in un anno e pure in questo caso il passaggio da una situazione euforica a una di conclamata paura è stato molto rapido.

Il Nasdaq composite, invece, ha lasciato sul terreno il 9% circa dai massimi relativi di settembre. Questi ultimi, però, non corrispondevano alle quotazioni più elevate a livello storico, che sono state registrate lo scorso agosto. In particolare pessime performance sono state messe a segno da molti protagonisti del settore biotech, nonché dalla maggior parte dei colossi dell’It, a partire dalle azioni cosiddette Fang, entrate prepotentemente in bear market a fine ottobre.

FTSE MIB PEGGIORE D’EUROPA

In Europa non sorprendentemente il record negativo è stato messo a segno dal nostro Ftse Mib, in calo del 12% da fine settembre al termine di ottobre, con in più un vero e proprio bear market cominciato già a giugno. Anche indici come il Dax tedesco (-8,3%) o il Cac 40 francese (-9,6%), fino all’autunno uno dei benchmark europei più solidi, hanno performato piuttosto male. Del Far east si è detto, ma anche il resto dell’Asia e gli altri emergenti in generale, a parte il Brasile per ovvie e specifiche ragioni di minore rischio politico, sono stati avari di soddisfazioni per gli investitori.  Fa in particolare effetto la performance del Sensex indiano, che a settembre e nella prima parte di ottobre ha lasciato sul terreno oltre il 12%, dopo che per tutto l’anno l’India è apparsa la star assoluta della sua asset class di riferimento, mostrando una mancanza di correlazione invidiabile con il resto del disastrato insieme degli emergenti e dopo avere dimostrato di sapere crescere anche con una valuta molto debole. In pratica si è avuto uno scenario in cui ciò che andava bene ha preso ad andare male e gli asset più rischiosi, già meno solidi, hanno cominciato a mostrare cadute verticali. 

Questo quadro generale non si spiega con fondamentali economici che appaiono tuttora in massima parte almeno decenti. La crescita su cui molti sembrano ancora apertamente puntare mal si concilia con la paura furibonda per la possibilità di vedere il prossimo anno un rialzo dei Fed Funds in più rispetto a quanto preventivato poche settimane fa. È evidente che di fondo abbondano i timori sulla durata e la tenuta di questo ciclo, sicuramente aumentati dal coacervo di tensioni geopolitiche, che sono in grado di generare fenomeni statistici piuttosto inusuali sui mercati. 

MEGLIO L’AZIONARIO (PER ORA)

Che cosa bisogna fare nei prossimi mesi per affrontare i problemi in corso? Conviene forse partire da un ragionamento top down, quanto meno per capire in quale paradigma siamo. Infatti, se i dati sulle maggiori economie mondiali nelle settimane e i mesi futuri rivelassero migliori delle aspettative, allora probabilmente l’equity avrebbe un forte rimbalzo. L’idea che si stia vivendo una moderata espansione con in più un pizzico di inflazione implica come logica conclusione il fatto di preferire l’azionario all’obbligazionario. In quest’ultimo forse vi è qualche occasione per attuare strategie di appiattimento delle curve governative oltre ad altre incentrate su un rigoroso picking tra i bond dal buon spread creditizio in grado ancora di restringersi. 

Però un processo di crescita come quello su cui molti gestori contano comporta scelte quasi obbligate, se si vuole generare un minimo di rendimento, in particolar modo se si gestisce un portafoglio multi-asset. Indicativo appare il ragionamento di Maya Bhandari, gestore multi-asset di Columbia Threadneedle: «Rimaniamo ottimisti sulle prospettive macroeconomiche nel loro complesso: diverse regioni, infatti, dovrebbero registrare buoni livelli di crescita accompagnati da una ripresa tenue dell’inflazione. Un simile ambiente aiuta gli utili aziendali, che dovrebbero risultare solidi. Peraltro non riteniamo che le valutazioni siano troppo elevate, poiché i profitti e le loro aspettative hanno tenuto». In effetti con una crescita degli utili negli Usa che dovrebbe superare il 20% in questo 2018, è evidente che qualcuno si sta sbagliando, anche se ancora non è chiaro chi è fra coloro che hanno elaborato un consensus sui profitti tanto entusiasta e gli investitori innervositi da quella che rimane una delle politiche monetarie più lassiste di tutti i tempi. 

NUMEROSI RISCHI

Sicuramente la cupa situazione politica non aiuta, come ricorda sempre Maya Bhandari: «Nonostante la nostra preferenza per l’equity, i rischi sono numerosi all’orizzonte, il che sta influenzando la maniera in cui investiamo: in particolar modo ricordiamo la potenziale escalation della guerra commerciale e l’impatto che essa potrebbe avere sugli asset rischiosi». Soprattutto, in attesa di capire chi ha sbagliato le previsioni, processo che potrebbe richiedere non poche nervose settimane, non appare insensato adottare alcuni atteggiamenti per ridurre i rischi. Ciò con ogni probabilità implica uno stock picking che esula dalle definizioni rigide, quali ad esempio il value e il growth: entrambi gli stili oggi presentano alcuni punti di debolezza non indifferenti, mentre sicuramente in caso di sabbie mobili sotto i piedi verrebbe premiata la qualità. Ancora Bhandari offre una descrizione di che cosa ciò possa significare: «Nell’azionario investiamo in gruppi che non solo pagano dividendi elevati, ma che li stanno anche accrescendo, usando al contempo un limitato livello di leva». 

VALUE E GROWTH

Dunque qualità, possibilmente in grado di sostenere anche un approccio income ai mercati. Detto ciò, è interessante notare che questa definizione varia in maniera piuttosto marcata da una macroarea all’altra. In Europa, probabilmente, allo scopo di limitare possibili legnate di non indifferente portata, è meglio stare lontani da ciò che presenta caratteristiche value, che in questo caso rischiano seriamente di confondersi con una value trap. Al contrario, in questa area il growth si traduce molto spesso in investimenti in small e mid cap che operano in nicchie tecnologiche che permettono di ottenere un dominio globale. Questo è l’approccio di Eva Fornadi, gestore dei fondi Comgest Growth Europe Opportunities e Comgest Growth Europe Smaller Companies di Comgest: «Noi siamo investitori di lungo periodo e seguiamo un approccio di stock picking quality growth. Le società che selezioniamo non sono solo caratterizzate da un’ottima stabilità finanziaria e diversificate geograficamente, ma sono anche fonte di crescita autonoma grazie ai propri prodotti e alle specifiche iniziative di mercato. Invece di essere legate a trend macro, le imprese che abbiamo in portafoglio traggono vantaggio da mega-trend ben consolidati nel tempo, come possono essere l’invecchiamento demografico, la digitalizzazione, la crescita della classe media all’interno dei paesi emergenti o i beni di consumo a basso costo. Questi driver di crescita, così come i criteri qualitativi della società (una solida quota di mercato, alte barriere all’ingresso e la capacità di fissare il prezzo) permettono loro non solo di navigare anche all’interno di condizioni di mercato agitate o in fasi di correzione in maniera molto più efficace rispetto a titoli più rischiosi e più ciclici, ma anche di continuare a generare una solida crescita degli utili». 

Ma un simile stile di investimento sui listini del Vecchio continente si traduce nel collocare i propri fondi su aziende spesso fra i 5 e i 10 miliardi di capitalizzazione in gran parte operanti nel Nord Europa. Si tratta di titoli dal beta modesto, che magari nelle fasi di forte propensione al rischio non mostrano grandi performance relative rispetto a chi usa in maniera più spregiudicata il proprio bilancio, ma sono capaci di  schiudere il proprio alfa proprio nei momenti di maggiore difficoltà.

IN CERCA DI VALORE

Diverso appare il discorso negli Stati Uniti, un mercato dove nel corso degli anni le performance sono state garantite da un gruppo non enorme di colossi che operano nelle tecnologie a maggiore potenziale di sviluppo in futuro. In questo caso la profondità e la qualità dell’equity statunitense hanno portato a una certa rotazione verso il value, come sottolinea il team di Goldman Sachs Asset Management: «All’interno delle azioni statunitensi abbiamo notato una rotazione dal growth al value, un trend che sta accelerando questo trimestre: lo scorso mese il primo dei due gruppi è calato del 6%, mentre le società value hanno visto una discesa decisamente inferiore, intorno al 2%. Fra le azioni growth particolarmente affollate il calo è stato inoltre più pronunciato, in diversi casi anche del 10-15%».

Va ricordato comunque un elemento: le performance statunitensi degli ultimi anni sono state eccezionali e probabilmente non eccessivamente ripetibili, a meno che le riforme di Trump non portino a un tasso di crescita sistematicamente più elevato e non solo a qualche exploit temporaneo. La sovraperformance di Wall Street è poi stata notoriamente accompagnata da una concentrazione di posizioni su alcuni temi, come ricorda Paras Anand, responsabile dell’asset management Asia Pacifico di Fidelity International: «Il brusco sell-off negli Usa probabilmente non ha colto nessuno di sorpresa. Gli investitori avrebbero piuttosto dovuto chiedersi come, a dispetto di una politica monetaria più restrittiva, un mercato del lavoro in contrazione e un prezzo del petrolio in aumento, gli Stati Uniti avessero continuato a essere così resilienti. Ci sono miriadi di spiegazioni, ma credo che l’andamento dei prezzi del 2018 rafforzi l’idea che, sia gli investitori attivi, sia il numero crescente di strategie passive e sistematiche abbiano avuto un approccio long momentum/short volatility. In altre parole, gli investitori sono preoccupati delle previsioni di incertezza sul piano politico ed economico e hanno scelto le asset class e i settori che sembrano offrire fondamentali più solidi e hanno dimostrato un andamento dei prezzi più prevedibile».

Certamente un punto va tenuto presente: tutte queste strategie di rotazione e diversificazione hanno senso nel caso che non ci si allontani troppo da un quadro di economia in buona crescita. Se, invece, il deterioramento risultasse troppo intenso e magari le banche centrali se ne rendessero conto troppo tardi, allora i cali che si vedrebbero sui mercati sarebbero ben più intensi di quanto sofferto finora.