Opportunità nell’equity europeo

Opportunità nell’equity europeo
Paul Jackson head of multi-asset research  Invesco

Paul Jackson
head of multi-asset research
Invesco

Intervista a Paul Jackson head of multi-asset research di Invesco

Nell’attuale contesto di mercato dove si intravedono i maggiori rischi e dove le migliori opportunità tra le diverse asset class? È da preferire l’equity o l’obbligazionario?

«Per definizione l’azionario è da considerare più rischioso dell’obbligazionario, perché più volatile, però io mi aspetto ritorni migliori dal primo che dal secondo. Ciò vale non solo per un investitore di lungo termine, visto che storicamente le azioni su un orizzonte temporale di lungo periodo hanno sempre generato rendimenti superiori alle obbligazioni, ma ritengo che l’equity sia da preferire anche in questo particolare momento di mercato. Il motivo è che siamo in una fase del ciclo economico caratterizzato da un rialzo dei tassi di interesse, un percorso che negli Stati Uniti è già iniziato, a differenza dell’Europa, dove la fine del quantitative easing si sta comunque avvicinando,. E nelle fasi in cui i tassi salgono i bond tipicamente soffrono e hanno difficoltà a generare buone performance. Di converso, in un momento di politica monetaria più restrittiva, ma con un’economia ancora in una fase di espansione, le azioni tendono a performare abbastanza bene. Ritengo perciò che siamo in una fase del ciclo nella quale sia da privilegiare l’asset class azionaria rispetto a quella obbligazionaria».

Meglio l’azionario statunitense o quello europeo?

«Nei miei portafogli ho una preferenza per l’Europa rispetto agli Stati Uniti, anche se questo è stato finora un anno difficile per l’equity del  Vecchio continente. È un fatto in parte imputabile a diversi dati economici che hanno deluso le aspettative, ma da questo punto di vista il contesto è in miglioramento per cui nell’ultima parte dell’anno ci aspettiamo che le azioni europee possano dare buone soddisfazioni. Inoltre, se guardiamo alle valutazioni, i principali indici del mercato statunitense, paragonati a qualunque altro al di fuori degli Usa, hanno raggiunto picchi record e il mercato azionario americano esprime ormai multipli molto superiori a quelli europei. Di fronte a differenze così marcate nelle valutazioni, come investitore di medio-lungo termine ritengo che la strategia più corretta sia posizionarsi sull’asset meno caro. Non credo che il mercato americano sia destinato a entrare in una fase di bear market, ma sono convinto che nel prossimo futuro i ritorni potenziali dall’equity Usa saranno inferiori a quelli generati da quello europeo».

State apportando modifiche all’asset allocation per affrontare questa fase di mercato indubbiamente delicata? 

«Noi utilizziamo un approccio molto semplice e in questo momento abbiamo incrementato al massimo la componente di liquidità. Il cash ha tre caratteristiche: non genera rendimento, ha una volatilità uguale a zero e non ha correlazione con nessun’altra asset class. Queste ultime due peculiarità, in particolare, fanno sì che la liquidità contribuisca ad abbattere la volatilità all’interno dei portafogli e a incrementarne la diversificazione. Se poi aggiungiamo un ulteriore elemento, ovvero che i ritorni attesi dalle altre asset class sono piuttosto modesti, un’asset allocation con una quota importante di cash è una scelta tattica che riteniamo premiante in ottica difensiva. Qualcuno preferisce l’oro, ma lo consideriamo un asset speculativo e quindi rischioso: analizzando i dati storici, il metallo giallo ha una volatilità paragonabile all’asset class azionaria, ma con rendimenti decisamente inferiori. In base alle nostre previsioni sui ritorni attesi dalle diverse classi di attività nei prossimi cinque anni, crediamo che questo trend non si modificherà. Se si è convinti che all’orizzonte si profili il rischio di una vera e propria crisi finanziaria e si cerca quindi un’attività che possa avere la funzione di bene rifugio, dal mio punto di vista più che l’oro sarebbe lo yen giapponese ad assolvere questo compito e ciò per una ragione molto semplice: il Giappone è un paese con un elevato surplus delle partite correnti. Lo stato ha un debito pubblico molto elevato, che però è detenuto per il 90% da investitori domestici e, se si osserva la posizione patrimoniale netta sull’estero, che si aggira intorno all’80% del Pil, quando negli Stati Uniti è negativa per il 40% sempre rispetto al Pil, si vede che il Sol Levante è un grande creditore nei confronti del resto del mondo. E uno degli effetti classici di una crisi finanziaria è il rimpatrio dei capitali nel paese di origine. Da questo punto di vista, gli investitori giapponesi hanno la possibilità di fare rientrare flussi di denaro molto ingenti, a differenza, ad esempio, degli investitori americani».

Il debito dei paesi emergenti ha sofferto molto in questi ultimi mesi. Secondo voi, il peggio è ormai alle spalle o è un’asset class da approcciare ancora con la massima cautela?

«Per prima cosa, le performance deludenti delle obbligazioni dei paesi emergenti non sono dovute al debito in sé, ma piuttosto all’andamento delle valute. Infatti, se si considera la stessa asset class, ma la si misura nelle valute locali e la si confronta con il ritorno in dollari dei governativi americani, le performance sono abbastanza buone, e comunque non peggiori rispetto all’andamento dei Treasury. Quando però si analizza lo stesso debito in valuta forte, il risultato è differente. Se noi confrontiamo il cambio delle principali valute emergenti contro il dollaro in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, i valori oggi sono in linea. Quindi, dal mio punto di vista non c’è un problema di valutazioni. Ciò che è interessante sottolineare è che nei periodi in cui la Fed ha alzato i tassi, contrariamente alla convinzione comune secondo la quale in un contesto di inasprimento monetario le valute dei paesi emergenti sono destinate a soffrire, in realtà, salvo rari casi, è avvenuto quasi sempre il contrario. Il vero problema sono i prezzi delle materie prime, non la politica monetaria». 

Sempre nell’ambito degli emerging market ci sono paesi che possono essere considerati nettamente migliori rispetto ad altri?

«In questo momento credo che la crisi dei mercati emergenti sia concentrata in un numero ridotto di paesi, come l’Argentina e la Turchia, che comunque già nel 2016, se si guardavano i conti con l’estero, mostravano evidenti segnali di difficoltà. I mercati li hanno identificati in maniera ben precisa. Io penso che il peggio sia alle spalle: nell’ambito degli asset del reddito fisso, anche mettendo in conto che le valute si indeboliscano in linea con l’inflazione del 10% in cinque anni, i rendimenti attesi dal debito dei mercati emergenti sono intorno al 4,8% annualizzato per i prossimi cinque anni, che è molto più di ciò che ci si può aspettare dai Treasury o dai bond governativi europei».