Il Brasile dopo l’elezione di Bolsonaro: una situazione insostenibile

Il Brasile dopo l’elezione di Bolsonaro: una situazione insostenibile

Dopo l’elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile, molti osservatori si chiedono che cosa succederà a livello economico nel paese. È interessante notare che, dopo la vittoria al primo turno, i mercati brasiliani hanno festeggiato spingendo al rialzo azioni, bond e valuta. In questo stesso numero ci occupiamo di come il rischio politico stia cambiando alcuni paradigmi all’interno dei mercati attuali, soprattutto negli Usa, in Europa e in Cina, ma anche la maggiore economia dell’America Latina sta vivendo un’esperienza politica di cui ancora oggi si fa fatica a capire i contorni.

La nazione non è nuova a governi autoritari, ma l’unicum di Bolsonaro, all’interno della storia brasiliana e del panorama dei populismi attuali, è il programma orientato a riforme fortemente liberiste. La speranza che si vada davvero in quella direzione è la ragione alla base dell’iniezione di fiducia ricevuta dagli investitori, peraltro in un momento estremamente difficile per i mercati. In ottobre, mentre l’avversione al rischio sprofondava, il Bovespa ha messo a segno un incremento dell’8% in valuta locale, cui va aggiunta una crescita del real nello stesso periodo dell’11% nei confronti del dollaro. In pratica l’elezione del controverso ex-militare, almeno in tale frangente ha reso il Brasile un’eccezione nel panorama non incoraggiante degli emergenti.

DIFFICILE PEGGIORARE

In effetti, analizzando qualche numero, si potrebbe dire che Bolsonaro sarà sicuramente un personaggio discutibile, però per riuscire a peggiorare la situazione dovrà mettersi di impegno. Il Brasile solo nell’ultimo biennio è timidamente uscito da una crisi economica a dir poco disastrosa, la peggiore dal dopoguerra. Il collasso dei prezzi delle materie prime del 2014-2015 ha infatti generato nel 2015 e nel 2016 un calo del Pil prima del 3,8% e poi del 3,6%. Nel 2017 l’economia è riuscita a rifiatare (+1%), mentre per quest’anno ci si attende un incremento intorno al 2%. Forse i numeri crudi possono apparire duri, anche se non da autentica depressione, ma non va dimenticato che, nonostante il calo del tasso di nascite, la popolazione brasiliana continua ad aumentare in maniera piuttosto robusta. Nei cinque anni del disastro, infatti, il numero di abitanti è passato da circa 202,4 milioni del 2013 a quasi 210, 9 stimati per il 2018. Non si fa fatica a comprendere che a livello pro capite le performance economiche sono state ancora più da dimenticare. Il fatto che questo valore costituisca comunque l’incremento più intenso dell’ultimo quinquennio la dice lunga su come sia cambiata la realtà di un paese che un decennio fa sembrava avviato alla grandezza.

CONTI PUBBLICI IN CRISI

La crisi economica ha portato un deterioramento notevole del bilancio dello stato: la recessione ha infatti creato a un disavanzo dei conti pubblici del 10,2% in rapporto al Pil nel 2015, del 9% nel 2016 e del 7,8% nel 2017. Per quest’anno le stime prevedono un valore intorno al 7,3%. Il disavanzo brasiliano, inoltre, è estremamente difficile da mettere sotto controllo, a causa della combinazione fra la rapida ascesa del debito degli ultimi anni e il livello dei tassi di interesse molto elevato rispetto all’andamento del Pil nominale. Il disavanzo primario, infatti, è stimato intorno al 2,4%, un valore certo non basso, ma neppure elevatissimo.

Purtroppo riportare i conti pubblici brasiliani in ordine, a meno di non vedere un aumento improvviso della crescita, richiederà ulteriori sforzi, che rischiano di minare la ancora fragile economia. Da questo punto di vista comprensibilmente finora i precedenti governi hanno fatto grande fatica a rispettare gli obiettivi. Ad esempio nel 2017, rispetto a un obiettivo di disavanzo primario di 159 miliardi di real, alla fine si è sforato di circa 20 miliardi.

LA POLITICA MONETARIA

Contemporaneamente anche il debito pubblico è schizzato: solo un lustro fa, nel 2013, il totale superava di poco il 51% del Pil, mentre per quest’anno si prevede che si possa toccare l’85%.  A livello di gestione della politica monetaria, la Banca centrale ha prima alzato notevolmente i tassi di interesse, come spesso in passato nelle fasi di instabilità acuta, portando il proprio benchmark a un massimo del 14,25% nel luglio del 2015. A partire dal 2016, però, ha operato una politica di forti tagli, arrivando al livello minimo storico per il paese del 6,25%. Non sorprendentemente, visto il quasi collasso della moneta locale, l’inflazione ha visto forti aumenti: è passata dal +6,3% del 2014 al +9% del 2015 e al +8,7% nel 2016.

In pratica questa importante nazione latino-americana ha attraversato una fase durissima di autentica stagflazione e deterioramento a ogni livello: solamente l’anno scorso, quando l’aumento dei prezzi si è fermato a +3,4%, si è vista un po’ di stabilizzazione. Per il 2018 si prevede un lieve aumento del passo a +3,7%.  Nel frattempo a Bolsonaro verrà chiesto di attuare rapidamente le riforme in senso liberista elaborate dal suo super-ministro delle finanze Paulo Guedes. Quest’ultimo dovrebbe in teoria mettere mano in maniera piuttosto marcata sulla spesa pensionistica, già insostenibile ai tempi del boom, andando però a colpire una buona parte della base del suo presidente, poiché sarà necessario mettere mano agli squilibri di un sistema che privilegia in maniera gigantesca i dipendenti pubblici rispetto a quelli privati. Stime locali mostrano che la spesa  per circa 980 mila pensionati del settore pubblico è addirittura un po’ superiore rispetto a quella per 32,7 milioni di pensionati del comparto privato. Nel primo caso, infatti, l’anno scorso sono stati pagati 92,9 miliardi di real, nel secondo 90,3.

In definitiva, a meno di una ripresa eccezionale, probabilmente ciò che attenderà nel prossimo biennio i brasiliani sotto Bolsonaro sarà un’economia che oscillerà fra la stagnazione e la tenue ripresa. Se le riforme verranno, porteranno benefici solo sul lungo periodo. Nel frattempo i dolori non mancheranno.