India, un emergente diverso

India, un emergente diverso

L’andamento della borsa di Mumbai è stato molto diverso da quello degli altri emerging market, anche se a una prima parte del 2018 ottima ha fatto seguito un ottobre molto difficile. Attualmente il listino azionario dall’inizio dell’anno è in leggero guadagno, anche se la svalutazione della rupia rende tutto più difficile. Le riforme di Modi in ogni caso si stanno facendo sentire e gli utili aziendali promettono buone crescite anche per gli anni a venire

Se si analizza il 2018 del mercato azionario indiano, si trovano sia luci, sia ombre. Per lunghi mesi, infatti, quando già i listini di tutto il mondo evidenziavano diversi scricchiolii, per non parlare degli emergenti in conclamato bear market, la terza economia dell’Asia ha costituito una lodevole, seppure parziale, eccezione. Il principale benchmark locale, il Sensex, in termini nominali era su a fine agosto, a livello di total return, di oltre il 15% dal 31 dicembre 2017. Da lì, però, è cominciata una rapida correzione, che ha portato brevemente, nella frana di ottobre, i corsi in territorio negativo: a metà novembre Mumbai era in rialzo dall’inizio del 2018 di poco più del 2% in termini nominali, cui va aggiunto circa altrettanto di dividendi. 

L’eccezione indiana, però, andava ridimensionata, se si considerava il forte calo della divisa locale, in linea con le altre monete emergenti. La rupia, infatti, a ottobre ha superato quota 74 nei confronti del dollaro, con quest’ultimo che si trovava in rialzo nel corso di quest’anno del 17%, ai suoi massimi storici rispetto alla valuta della maggiore potenza dell’Asia meridionale. Questa parabola può essere  letta, sia in termini incoraggianti, sia negativi. Da una parte il mercato azionario indiano è uno dei più vasti e diversificati fra gli emergenti ed è legato all’economia di grandi dimensioni a maggiore crescita del pianeta: il Pil nel 2018 e nel 2019 dovrebbe mostrare un aumento ben superiore al 7%. 

INFLAZIONE SOTTO CONTROLLO

Contemporaneamente l’inflazione, nonostante il mini-shock petrolifero (il paese è un grande importatore netto di materie prime), dovrebbe veleggiare fra il 4% e il 5%, sia nel 2018, sia nel 2019. Il saldo di partite correnti, per quanto più o meno costantemente negativo, appare sotto controllo, con valori inferiori al 3%.

CIFRE QUASI MIRACOLOSE

Queste cifre appaiono quasi miracolose se si considera che l’inflazione sfiorava la doppia cifra solo un quinquennio fa, con l’andamento stagnante del Pil e il preoccupante squilibrio a livello di bilancia dei pagamenti con l’estero. In sintesi, gli oltre quattro anni di amministrazione del premier Modi, pur con tutte le lentezze generate dal  fatto di dovere gestire una democrazia estremamente eterogenea e una popolazione di oltre 1,3 miliardi di persone, hanno portato a riforme sostanziali che hanno creato una crescita non enorme, dato il livello di sviluppo attuale, ma più sostenibile rispetto al passato. Alla base del modello dell’India c’è il progetto di industrializzare l’intero paese e portare alla modernità dei consumi l’enorme massa locale, che rimane fra le più giovani del mondo. C’è un vastissimo pool di persone in età da lavoro il cui livello di istruzione sta migliorando molto. Un’economia dunque prettamente endogena, che deve in qualche maniera mantenersi in equilibrio nei suoi conti con l’estero. 

FIDUCIA AL PROGETTO

Finora gli investitori hanno deciso di dare fiducia al progetto di sviluppo governativo. Le specificità e la forza interna del modello indiano in qualche maniera hanno spinto i mercati a un diverso atteggiamento nei confronti delle azioni locali anche nei momenti in cui l’insieme degli emergenti rischiava un’autentica fuga di capitali. Si spiega così la correlazione negativa, in verità non troppo comune in quel gruppo di nazioni, fra divisa e corsi azionari. 

A questo punto viene spontaneo chiedersi che cosa ci si possa ragionevolmente attendere per il futuro. Come si può vedere dal grafico sopra, nei prossimi anni ci dovrebbero essere una crecita piuttosto robusta dei profitti aziendali. Questi ultimi, peraltro, sono in parte depressi dalla situazione tuttora non performante di alcuni importanti attori domestici, come le banche statali. A loro volta queste devono ancora lottare con un vasto stock di Npl generato da un eccesso di investimenti e di capacità in alcuni settori nel recente passato.

AUMENTO DELL’EPS

Come si può osservare, l’aumento previsto nel prossimo quadriennio dell’Eps, con un Cagr di +18,7%, appare significativamente superiore al +12% mantenuto nei 25 anni terminati nel 2017. Osservando i dati, però, si può estrapolare un’altra analisi: in passato l’India ha vissuto periodi di forte ottimismo e di crescita esplosiva, riflessa anche nei profitti aziendali, che però si sono rivelati insostenibili. Così il Cagr di +25% registrato nel quinquennio d’oro degli emergenti è stato seguito da un ben più modesto +5,3% nel decennio successivo. Peraltro, come si può notare, nel quadriennio fra il 2014 e il 2017 l’andamento dei profitti è risultato stagnante a causa appunto della crisi bancaria, che ancora si fa sentire in termini di trend complessivo dei risultati aziendali.

Oggi, comunque, la scommessa è che i driver secolari a vantaggio dell’India continuino a farsi sentire in maniera sempre più robusta, anche se è indubbio che il paese dovrà prima o poi trovare una maggiore competitività esterna, se non vorrà vedere una costante svalutazione della propria moneta. Quest’ultimo fenomeno a lungo andare rischia di riportare vizi antichi, come l’elevata inflazione, oltre che rendere problematico per gli investitori stranieri coprire il rischio di cambio degli asset indiani. Per il resto, si tratta di un mercato ampio e diversificato, che permette un forte stock picking  favorito pure da un buon segmento delle small e midcap. Se il quadro macro continuasse a essere quello attuale, le probabilità di sovraperformance, almeno rispetto all’insieme degli emergenti, dovrebbero permanere numerose.